L'importanza di essere se stessi
- Autore/autrice
- Viapiana Linda
- Anno
- 2001
- Numero
- 400
Abstract
Sono portata a comporre quanto segue solo dopo alcune esperienze vissute direttamente che mi hanno fatto pensare e riflettere sulle persone e sulle conseguenze del loro agire, del loro percorrere, del loro pensare, nascoste nelle righe delle certezze che creano esse stesse.
Non finirà mai di sorprendermi la caparbietà delle persone nel voler essere malate perciò che sono.
Ho parlato tanto con chi cercava di convincere me della propria malattia e altrettanto ho fatto con chi ha voluto esagerare le supposizioni di salute del proprio corpo. Con ciò non voglio mettere in discussione le varie segnalazioni postemi dalle persone che si sono rivolte a me,ma le ringrazio per avermi fatto capire che stavo sbagliando qualcosa e che non volevo saperne di qualcos’altro. Ho saputo cogliere con chiarezza la sincerità di chi non sapeva cosa fare nella famiglia in cui viveva con l’unica speranza di, un giorno, essere capito e accettato; e ho saputo ascoltare chi credeva nell’importanza di essere se stesso.
Cambiare significa aprirsi e conoscere, ciononostante non bisogna aspettare chissà quale ragione possa mai far attendere quale cambiamento.
Ho cercato con volontà e passione la gioia della pienezza, della vita, della cancellazione del rimorso e del senso di colpa che mi ha portato tante volte alla rassegnazione. Alla luce di quanto detto le mie risorse sono cambiate e questo grazie a quello che ho fatto e a ciò che ho cambiato di fronte all’evidenza. Non cerco complicità, ma la convinzione vostra che quello che siete voi, lo volete con forza e trepidazione, che quello che attendete è stato fatto per voi e che le sole gambe, possano essere robuste o no, non cederanno fino a quando non avrete compiuto un ottimo lavoro.
Ho sollevato tante persone nel letto d’ospedale in cui erano; la loro tristezza e sicurezza al tempo stesso era disposta nella caparbietà dell’essere sicuri più del destino che non del tavolo che stava di fronte a loro. Certezze che anche le centinaia di persone fuori avevano eppure non erano confinate sotto lenzuola di grigiore della malattia. Fame della “salute”. Delle cose che altre persone avevano senza averle rese malate di schifose emorragie sgretolapelle, cose che erano loro appartenute fino a quel momento.
Ho voluto assistere alla scottante ma utile esperienza della morte ed ho scoperto come ci si sente soli quando non si sopporta che qualcuno rimanga per un compianto cordoglio. Ecco come segue la grande esperienza della mia vita: dalla insoddisfazione, per lo più eterna in questi tempi, come se non esistesse più alcuna droga capace di dare l’ultimo impulso per credere ancora in qualcosa che aiuti ad avere un senso. Ho accorso ogni speranza. La certezza che non era finita, non poteva averla vinta la crisi profonda chiamata depressione, disperazione, suicidio, ostentazione, stress, creatività sepolta e chi più ne ha più ne metta.
Alla fine ho raggiunto lo scopo: esser felice per la mia esistenza, creata per qualcosa di umano senz’altro, ma di estremamente sacro: la gioia nell’essere umana.
Ogni volta che ho cercato di portare fuori una speranza dalla bocca delle persone, non trovavo che il coraggio di sopravvivere in ogni circostanza; era allora che abbandonarsi poteva essere decisivo.
Non sono ancora in grado di definire con precisione ciò che m’incoraggia ad andare avanti in questa ricerca; forse la semplice volontà o forse lo sconforto nel vedere tutto ciò che non riesce a sollevare una persona nonostante l’impegno e il combattimento stesso. Tento per questo ogni mezzo a me consono che non mi limiti, ma mi aiuti a sollevare ogni giorno me stessa e gli altri al fine di ricreare una società in cui ancora le persone possono avere più fiducia in se stessi e negli altri.
Fonti
- Dietmar Krämer-Helmut Wild, “Nuove terapie con i fiori di Bach ”, 1995
- Frederic Viñas, “ Il grande manuale illustrato di idroterapia ”, 1989
- Giuseppe Zina, “Elementi di dermatologia e venereologia ”, 1984
- Thorwald Dethlefsen- Rüdiger Dahlke, “Malattia e destino”, 1999